Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/162

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Ebbene, don Vissenti, ch’era un uomo ancora vigoroso sebbene eccessivamente grasso, lo aveva sollevato, spogliato, pulito e rivestito d’una sola camicia, e infine trasportato su un altro sacco sul quale aveva steso alla meglio un lenzuolo ripiegato in due e deposto un guanciale. E aveva ripulito intorno, scacciando alquanto le spaventevoli mosche che si posavano sul malato come vampiri. E lo sollevava per i suoi bisogni, e sopratutto gli dava da bere.

Acqua, acqua; il vecchio non domandava altro, non aveva bisogno d’altro; e vaneggiando parlava sempre di una fontana sui monti, una sorgente d’acqua fresca intorno alla quale arrancava senza riuscire a metterci bocca.

L’acqua pesante e calda che don Vissenti gli porgeva, non faceva che accrescere l’arsura acida del suo palato; e più che per il dolore cupo che gli pesava sul ventre gonfio, egli desiderava morire per non sentir più questa sete implacabile.

Nel paese intanto s’era sparsa la voce che don Vissenti assisteva il vecchio, e un po’ per il buon esempio, un po’ per curiosità, qualche sfaccendato andava nel pagliaio e portava qualche elemosina.