Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/62

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60 grazia deledda


cosa di più snervante, di più dolce. Era una carezza misteriosa, il soffio di lei che passava, sfiorandolo col suo vestito di velluto nero, accarezzandolo con le sue mani di piuma…

— Deve essere morto, il condannato, — egli pensò. — Sì, ricordo, quando morì mia madre, un anno fa, mi parve che due mani invisibili, lievi come piume, mi sfiorassero il viso.

Egli passeggiava lentamente, dall’estremità del precipizio alla strada. Il sonno lo vinceva. Un bel momento non potè più camminare, e sedette, stanco, sulla sporgenza del masso che dominava il precipizio. Mise il fucile sulle ginocchia, e gli parve che una mano invisibile gli chiudesse gli occhi.

Così, per un attimo, ad occhi chiusi, vide egualmente, ma quasi attraverso il velo d’un incantesimo, il mare senza colore, i lumi, gialli sulla linea nera delle coste vicine, le stelle, il chiarore suggestivo del faro: e sotto di sè udì il respiro lamentoso delle onde, e gli parve che l’isola fosse uno smisurato mandolino capovolto sulle onde, le cui corde vibrassero entro l’abisso del mare con un lamento d’infinito dolore. Dormire, dormire! Mai come in quel momento egli aveva sentito lo spasimo del sonno non soddisfatto. Gli pareva di udire dei passi furtivi e pensava sempre al condannato agonizzante, forse già morto: quello, almeno, s’era addormentato una buona volta! Egli lo conosceva; lo aveva parecchie volte sorvegliato mentre i condannati riattavano il lastrico della strada: era un muratore romagnolo, uno dei tipi