Pagina:Deledda - Il nonno, 1908.djvu/8

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6 grazia deledda

Io ricordo sempre con nostalgia queste feste semplici e caratteristiche, queste scene idilliache alle quali mi pare d’aver assistito in un’epoca remota, quasi in una vita anteriore, tanto sono lontane, tanto sono diverse dalle feste e dalle scene campestri che ci offre la civiltà continentale. Quante di queste scene ho raccontato! Ma ne rimangono sempre in fondo alla mia memoria, come qualche canzone non ancora cantata rimane in fondo alla memoria del rapsodo errante. Ricordo, fra le altre, un scena un po’ drammatica, un po’ sentimentale, che si svolse durante una di queste feste campestri. La mia famiglia possedeva un armento, guardato da zia Andria, un vecchio pastore che non ritornava quasi mai in paese.

La vigilia di Pentecoste ci recammo all’ovile per marcare le giovenche e i tori giovani. Con noi erano lo nostre persone di servizio, e Nannedda, una nostra vecchia ex-serva, che conduceva con sè un bellissimo bambino di cinque anni, già vestito in costume.

Nannedda era una donna pietosa; una di quelle figure che s’incontrano ovunque ci sia un dolore da confortare. Io non posso figurarmi Nannedda senza vederla intenta a fasciare una piaga, a rivestire un cadavere, a confortare una donna tradita, a rappacificare due amanti. Tuttavia era una donna