Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/259

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Erano sparite le raschiatrici di scorza e i lavoranti paesani; ma attorno ai forni del carbone, che erano grandi buche ricolme di legna accesa e ricoperte di terra, e negli sfondi melanconici del bosco umido, passavano le figure dei carbonai toscani. Vestiti miseramente, biondastri, con gli occhi chiari e il viso terreo, essi non erano nè più allegri, nè più vivaci dei «lavoranti» indigeni, ma si movevano con più sveltezza e pareva avessero fretta di terminare il lavoro e di andarsene. Il fumo saliva lentamente dai grandi focolari coperti, di cui non si scorgeva il fuoco ma si sentiva il calore. Le capanne attorno alla dispensa eran state ricostrutte, e ogni carbonaio aveva con sè il paiuolino per la polenta ed altri utensili primitivi: la lavorazione sembrava un accampamento di zingari.

Sebastiana raccoglieva le ghiande e pensava che un giorno Bruno era giunto così dal suo paese, come uno di quegli straccioni che sembravano sbucati di sotterra. Sì, ella ricordava: non più tardi di due anni prima.... egli era arrivato ancora col suo fagotto e il suo ombrellone.... E adesso eccolo lì, non più vestito di fustagno ma di panno, con stivaloni e cappello a larghe falde: eccolo, egli ha già preso un’a-