Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/31

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 25 —


provavi rimorso; dicevi che Dio ti aveva castigato forse per questo tuo peccato.

Il Dejana arrossì di nuovo, ma d’una fiamma cupa, e i suoi occhi si riempirono di lagrime; si battè le mani sulle ginocchia e disse:

— Non tormentarmi! non ricordarmi quei tempi! La colpa è stata tutta del mostro! Se io non andavo in reclusione per colpa sua sposavo la ragazza, sebbene essa fosse già una creatura leggera, altrimenti non avrebbe badato a me! Perchè, poi, essa non ha atteso il mio ritorno? Perchè s’è data a correre il mondo? Ora non posso più!

— Ad ogni modo io ti ho avvertito, e adesso tu fa quello che tu credi; un uomo come te non deve aver scrupoli.

— Io sono un galantuomo!

— Ed io sono un ladro, forse? — gridò Antoni Maria, offeso. — Forse ti consiglio di rubare? Di deporre il falso? Gerusalè, — aggiunse, abbassando la voce e riprendendo il suo accento di filosofo ironico, — sai cosa devo dirti? Che noi siamo quasi sempre disgraziati perchè non sappiamo afferrar la fortuna quando ci si presenta.

— Quello che tu mi proponi non è una fortuna; anzi per me, sarebbe un castigo.