Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/315

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Rimasta sola, Sebastiana si gettò sul letto in preda a una convulsione di dolore e di gelosia, e ripeteva a voce alta che a Marielène non importava nulla di Bruno: la disgraziata invece saliva su per i sentieri della montagna col cuore gonfio d’angoscia e di cupi presentimenti, e di tanto in tanto i suoi singhiozzi risuonavano fra le roccie e gli alberi come i lamenti di un’anima in pena.

Quando arrivarono lassù, Bruno s’era assopito. Steso sopra un sacco, nell’interno della tettoia illuminato dalla luna, egli sembrava un cadavere, pallido, d’un pallore azzurrognolo, coi lineamenti stirati e i baffi spioventi. Per non agitarlo troppo, il medico proibì a Marielène di farsi vedere, ed ella attese ansiosa in una capanna addossata alla dispensa.

Predu Maria guardava Bruno con un sentimento di profonda pietà: eccolo, era lì, l’uomo calmo e calcolatore, che il vento delle passioni e le vicende della vita non riuscivano a scuotere. Ecco, un leggero soffio venuto da un luogo misterioso, una piccola mano invisibile, lo avevano atterrato: ma anche nella sua caduta pareva che egli conservasse la sua calma fredda e melanconica.

— È inutile; non te l’ho detto mille e