Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/326

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verità, rimproverandole di non commuoversi abbastanza per la disgrazia di Bruno.

— Dacchè egli è nostro vicino di casa, voi non avete fatto altro che invidiarlo e augurargli del male. Ed ecco i vostri auguri si sono avverati....

— Parla bene, ragazza! — esclamò allora la maestra, sollevando un mestolino. — Vedi questo? Te lo rompo sulla testa, se osi parlare ancora così a tua madre. Io non ho mai augurato male a nessuno, nè invidiato nessuno. Ho solo invidiato le madri che non hanno dato la vita a creature sfacciate come te.

Sebastiana fu per replicare, ma all’improvviso si sentì nuovamente oppressa da una fosca tristezza.

— Perchè irritarsi? — pensò, — tutto è inutile.

E se ne andò sul ballatoio, con un ricamo in mano, e stette lunghe ore seduta, con gli occhi fissi sulla tela e l’anima immersa in una disperazione infinita. Intorno era un silenzio come di montagna: s’udiva appena qualche strido di rondine, qualche lontano roteare di carro; il cielo, all’orizzonte, era coperto di vapori cinerei, e le rose che appassivano nell’orto si piegavano sullo stelo come vinte da un sonno profondo. A un tratto anche lei provò un