Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/66

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chiali: si chiamava il dottor Cantoni. Egli disse: «Riportatela subito in Sardegna, questa donnina; altrimenti vi muore di nostalgia, o vi scappa di casa come un uccello». In verità mia, disse proprio così. Era un bravo uomo; ed io gli mandai un pacco d’aranciata; egli mi ringraziò e mi scrisse che avrebbe gradito anche la vernaccia. Gliela mandai; benedetta gli sia ogni goccia. E così ti dico, figlio mio; io ritornai qui. Vuoi che ti dica la verità? I denari, i beni, gli onori servono a niente quando non si ha modo di lavorare, di muoversi, di vivere come si vuole, di andar magari scalzi come i poveretti.

Bruno ascoltava e approvava. Egli voleva bene alla vecchietta, e tutti gli anni le portava un sacchetto di marroni, e spesso le rendeva qualche servigio, visitando un piccolo bosco ch’ella possedeva sul Monte e facendoglielo rispettare dai legnaiuoli e dai ladri di ghiande. Qualche volta le aveva confidato i suoi progetti e raccontato il suo monotono e scialbo passato. Ella aveva conosciuto il nonno, il padre e gli zii di lui, tutti carbonai, anzi i primi carbonai toscani arrivati nel cuore della Sardegna con le loro scuri e i loro badili, come esploratori d’una terra ignota guidati da abili condottieri.