Pagina:Deledda - Il segreto dell'uomo solitario, 1921.djvu/210

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Intanto gli anni passavano: passavano rapidi forse per la loro stessa monotonia, un giorno come l’altro, un anno come un giorno. Ecco ho diciotto anni, e mi sembra di averne ancora dodici: ho venticinque anni e sono laureato in legge e mi sembra di essere ancora nelle scuole elementari: vinco un concorso, ho un impiego, uno stipendio, e viviamo ancora, io e la mamma nell’appartamentino del quale non paghiamo l’affitto. Ma il mio pensiero costante è di pagarlo finalmente questo affitto: ho deciso di andare io stesso dal benefattore, ringraziarlo e chiedergli di pagare: perchè ti parrà strano, Sarina, ma durante tutti quegli anni io avevo sempre cercato di sfuggire, come un debitore qual ero, l’incontro col padrone di casa, ed egli, a sua volta, non s’era curato di fermarmi.

Ed ecco il giorno che rientrando a casa decido di salire la prima scala, trovo il portone socchiuso: il proprietario era morto!

Fu la mamma, allora, che andò a pagare l’affitto e fare le condoglianze alla nuova padrona di casa: e mi disse che questa ignorava completamente l’opera benefica del padre. E credo che così fosse perchè più tardi nelle nostre spietate questioni non mi rinfacciò mai il benefizio.

Che accadesse tra lei e la mamma io non