Pagina:Deledda - Il segreto dell'uomo solitario, 1921.djvu/215

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forse divenivo un altro. Invece siamo venuti a star qui, in un palazzo di gente benestante che non ha avuto contatto con noi: ci siamo esiliati, siamo vissuti come di nascosto, sempre soli, diffidenti e umiliati; e così si è formata l’abitudine, in me, di tutto questo.

Ella mi guardava con tristezza e con paura. In realtà anche lei era una solitaria; non veniva mai a casa mia, forse anche lei per orgoglio; aveva paura dei servi: ma voleva bene a mia moglie, e mia moglie le voleva bene e saliva spesso da lei per lamentarsi, a sua volta, di me e delle mie stranezze: e le portava provviste e regali.

Io arrivai a tal punto di odio che imposi alla mamma di non accettare questi regali, e divenni geloso del suo affetto per mia moglie e, pur sapendolo un affetto sincero, glielo rinfacciai come un calcolo interessato.

La mamma non mi rispondeva più: non volle più nulla da noi: ma un giorno non la trovai in casa: era di nuovo andata a lavorar fuori a giornata. Le rabbie che mi son preso! Eppoi un giorno trovo dalla mamma un giovane, quasi un ragazzo, ch’ella aveva conosciuto appunto in una casa dove andava a lavorare: era un operaio ma sembrava un figlio di buona famiglia, ben vestito, col viso bianco e liscio e gli occhi az-