Pagina:Deledda - Il segreto dell'uomo solitario, 1921.djvu/50

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è così insensibile al dolore dell’uomo come si crede: forse la sua agitazione è, a volte, prodotta dalla partecipazione a questo dolore.

Cristiano aveva ripreso le sue abitudini invernali: non usciva quasi mai, e alla sera leggeva fino a tarda ora.

Eccolo seduto davanti alla sua tavola lucida, sotto la lampada solitaria. Fuori gli alberi frusciavano, e ogni tanto pareva passasse un treno: era il fragore di un acquazzone.

Ed egli si sorprendeva a rileggere e gustare libri romantici che avevano formato la gioia e il tormento della sua adolescenza: e canzoni che aveva sentito o letto, — non sapeva dove — e che aveva dimenticato, — adesso gli ritornavano nella memoria come macchie che sembrano cancellate e ricompariscono al sole e all’umido.

«Tu credi sia stato il vento terribile di stanotte — a spalancare la tua porta e fare urlare gli alberi e a schiantar la tua vigna?

E l’acquazzone a invadere la tua casa e a svegliarti come un ladro che tenta di strangolarti nel sonno?

Ero io che urlavo, e mi sbattevo intorno a te con l’odio e l’ira per il tuo tradimento.

E desideravo la tua morte e la mia,