Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/107

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Un pezzo di carne 101

al gattino, quando viene silenzioso a trovarmi e prende posto nel mio cestino da lavoro.

E arriva un triste giorno; un giorno di pioggia, di freddo, di malessere: io non ho più nulla in casa, tranne un po’ di carbone che accendo perchè almeno il colore e il tepore delle brace mi ricordino la vita.

È verso sera, tutto è fuliggine e disperazione, fuori; io tremo per la tristezza e il malessere, e neppure le brace mi scaldano. Vado per chiudere gli scurini della finestra e poi seppellirmi nel mio letto freddo, e vedo sul davanzale il gatto. Mi pare strano che sia in giro con questo tempo: forse lo hanno maltrattato ancora e cerca scampo presso di me. Allora apro; esso balza via fuori e scompare; ma sul davanzale trovo un bel pezzo di carne fresco e intatto.

L’ha rubato per sè, nella cucina disordinata ma sempre ben fornita dei suoi padroni, l’ha rubato per me? Io non lo so; so che ho accettato il dono con superstizione religiosa, non per ciò che rappresentava di materiale: so che anch’io, come il gattino di sotto il letto dove il terrore per l’incoscienza umana l’aveva cacciato, ho teso la mano diffidente ma non più tremante di spavento, verso quel segno tangibile di una legge di pietà e d’amore che deve unire tutti gli esseri viventi, anche se la nostra coscienza la ignora e non la vuole.