Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/122

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
116 il sigillo d’amore

fornite: il frumento, le mandorle, il sughero, persino i fichi d’India si convertono in denaro: ma io mi sento mille volte più povera che nell’inverno passato; ogni giorno più povera, povera per l’eternità.

In settembre mi arrivarono, con la ricevuta di ritorno non firmata, le mie due lettere respinte dall’ufficio postale d’oltre oceano. Nessuno si era presentato a ritirarle: e mai più nulla ho saputo dell’esploratore, del quale, del resto, ho dimenticato anche il nome.


*


Adesso, però, una persona mi dice che molti anni fa un esploratore ha chiamato col mio nome un grande fiume da lui scoperto in una regione sconosciuta. Non sa dirmi altro, non ricorda da chi la notizia gli è stata riferita: ed io non domando altro. È vero? Non è vero? È l’avventura fantastica dell’adolescenza che prende forma e nome? O è ancora la maschera verde dell’illusione che nasconde la realtà grottesca? Che importa? In queste sere di agosto, quando le stelle filanti mi ricordano le scintille del fuoco che si spegneva nel camino paterno, sento ancora quel rombo di fiume lontano, che mi porta con sè, ed è la forza della poesia, unica ricchezza della vita.