Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/149

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Piccolina 143

silenziosi: mi piegai per prenderla, e lei indietreggiò, non come la prima volta però, nemica e selvaggia, anzi quasi scherzosa, aprendo un poco le ali mozze e con quello strido di gioia che usava quando Fedele le porgeva il braccio per salirvi su.

Il desiderio di prenderla mi vinse. Mi piegai ancora di più, inseguendola fino all’angolo del corridoio e parlandole come a un bambino capriccioso: e con mia grande meraviglia, anzi, adesso posso confessarlo, con improvvisa commozione, sentii sulla mia mano le sue zampine fredde.

Quando mi sollevai, con lei afferrata al mio polso, ero un’altra donna. Quelle zampine fredde sulla mia carne calda mi riattaccavano a un mondo che da molto tempo avevo dimenticato. La natura umana, con tutti i suoi istinti di tenerezza per ciò che è piccolo, che ha bisogno di protezione e di aiuto, e solo per questo si fa amare, poichè l’uomo vero ama negli altri quanto vi è di buono e di grande in lui, si ravvivava in me.

Accostai il viso alla testina della cornacchia: ed essa mi beccò lievemente il lobo dell’orecchio. Anche lei seguiva il suo istinto, che era in fondo malvagio; ma pareva lo frenasse nel sentire il calore di affetto che oramai l’avvolgeva. La portai davanti ai vetri della finestra chiusa: vi beccò subito un moscherino solitario