Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/161

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Piccolina 155

mi fa sobbalzare di gioia. È Lauretta, invece, che già viene a domandarmi se mi occorre qualche cosa. È una buona e allegra ragazza, spesso afflitta da dispiaceri amorosi: ad ogni sua delusione segue però una nuova illusione, e l’amore per lei non è che questione di scelta: cambiano i fidanzati ma l’amore è sempre lo stesso.

— Per il momento non ho bisogno di nulla, — le dico senza lasciarla entrare. — Se puoi vieni verso sera. — E ho desiderio di chiederle che cosa ne pensa della malattia di Fedele: lei stessa mi previene, con una smorfia di poca speranza.

— Poveraccio: aveva un brutto aspetto. Speriamo che se la scampi; ma la peste è di nuovo in giro, e lui lo sa. E adesso mi consegni la cornacchia.

La cornacchia? L’avevo completamente dimenticata. La cornacchia? Perchè sento un lieve calore alla fronte? Abissi dell’anima nostra! Il pensiero che l’uccello adesso è tutto mio, che finalmente posso allacciare la mia infinita solitudine alla selvaggia solitudine sua, mi rende quasi contenta che Fedele sia andato via.

— La porterai via più tardi, — dico alla ragazza: e sento che le parlo così per vergogna di me stessa, per nasconderle il mio disumano sentimento.

Desolato e nero il giorno moriva sopra la