Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/163

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Piccolina 157



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Lo squillo atteso risonò infine, e mi parve ancora un segno di vita.

— Pronti, pronti, sono Fedele. Mi hanno visitato: ho un principio di polmonite, ma non è niente; fra due o tre giorni è risolta. Resto qui; ho preso una cameretta a pagamento: il letto ha il numero undici. Non si preoccupi. È venuta Lauretta? Lei come sta?

La sua voce era un’altra, quasi giovane, quasi famigliare. Non l’avevo mai sentita e mi sembrava quella di un estraneo, tanto che volevo chiedere, all’uomo misterioso che mi parlava, notizie precise di Fedele.

— Io sto bene, — dissi; — solo mi dispiace che tu non sii rimasto a casa. Domani mattina verrò a vederti.

— Non si disturbi. Farò telefonare dall’infermiera. È venuta Lauretta? — ripetè con insistenza. Poi tacque. Sentii che tossiva: la voce ritornò la sua, bassa e umile e come logorata dal tempo: — si ricordi di far chiudere le persiane: si faccia far tutto da Lauretta.

— Sì, sì, non ti preoccupare. Cerca di guarire presto. Buona notte.

— Buona notte, signora.