Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/165

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Piccolina 159

tempo ebbi l’impressione che fosse stato Fedele a prepararmi quella sorpresa per distogliermi dal guardare il suo lettuccio bianco, nel centro della camera bianca e nuda come un sepolcro, col cartellino numerato che cambiava un uomo sofferente in una cifra, come nelle prigioni; il suo povero corpo che sotto la coperta banale e le lenzuola ruvide appariva più grande del solito, quasi gonfio e allungato; e sopratutto il suo viso macchiato di lividori, già percosso dallo staffile della morte.

Neppure lui s’illudeva: anzi cercai d’illuderlo io.

— Mi pare che non stai male, Fedele. Sei rosso e fresco.

Egli mi guardò, di sotto in su, e i suoi occhi severi, con quello sguardo già lontano che fissava qualche cosa di lontano, di là della mia persona, mi ricordarono quelli dell’uccello.

— Lauretta è venuta? — domandò riprendendo il filo della sua sola preoccupazione.

— È venuta; ha fatto tutto. È svelta e intelligente, quella ragazza: non credevo.

Egli lo sapeva già, quindi non fece osservazioni: anzi parve lievemente contrariato, come ingelosito. Che passava nell’anima sua già coperta di nebbia? Forse vedeva Lauretta al suo posto, nel luogo dov’egli aveva lasciato la parte migliore della sua vita, e ne provava dolore.

Non disse nulla: non mi domandò neppure