Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/167

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Piccolina 161


— No, no, — disse con voce sibilante: — è tutto regolato. E lei non si agiti, non torni.

— Sei tu che ti agiti; sta quieto, — gli risposi, mettendogli una mano sulla testa. — Se ti dispiace non torno, no.

Egli fremeva tutto; non replicò, e al tocco della mia mano parve a poco a poco calmarsi. E io mi avvidi che chiudeva gli occhi per nascondere le sue lagrime.

Diedi una buona mancia all’infermiera, perchè lo trattasse bene, avvertendola di telefonarmi di tanto in tanto per darmi notizie. Domandai anche di parlare col dottore: ma il dottore a quell’ora non si poteva avvicinare.

Avevo stabilito di mangiar fuori, quella mattina, anche per distrarmi: nella strada però mi parve di ricordarmi che qualcuno mi aspettava, a casa: qualcuno che era solo e aveva fame e sete e forse soffriva per l’abbandono completo in cui veniva lasciato.

Piccolina! Una tenerezza improvvisa mi riassale, per lei, come si tratti di un piccolo essere umano affidato ormai alle mie cure.

Compro qualche cosa da un rosticciere e torno a casa. La casa ha un odore di chiuso, di morto; ma nell'attraversare il corridoio sento lo strido della cornacchia, che ha riconosciuto il mio passo, e mi pare un grido di vita.

Si sollevò tutta, nel vedermi, aprì le ali; ed io la presi con me alla mia tavola e mangiai