Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/181

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Il nemico 175



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Marala riprese a camminare, col cestino fermo sulla testa come un semplice copricapo. Camminava più diritta di prima, adesso, con la lunga persona rigida come un fuso, gli occhi fissi in alto ad esplorare la strada. Altre volte aveva camminato così, con l’impressione, se era buio, che i suoi occhi fossero lanterne che illuminassero la via da percorrere. Così, badando ai propri passi, fingendo di non aver paura e pronti a sfuggire agli agguati, comminano coloro che hanno qualche nemico.

E la contadina credeva di averne uno. Non sapeva chi era, se uomo o donna, ma era certa di averlo.

Per quanto, ogni volta che andava a confessarsi, facesse con scrupolo l’esame di coscienza, non le riusciva di aver mai fatto male a nessuno. E non era vanitosa, non si curava dei fatti degli altri, non domandava a Dio che di vivere e morire in pace, lavorando, senza peccato: eppure un nemico ce l’aveva, e da lungo tempo, dagli anni della giovinezza. E in quel tempo si poteva spiegare l’esistenza di lui: forse era un pretendente respinto, o un vicino invidioso, o un parente offeso da ragioni d’in-