Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/199

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Il tesoro degli zingari 193



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Questa cura le giovò meglio che se avessero chiamato il più famoso dei dottori. Già al terzo giorno potè, sorretta dalla madre, fare qualche passo fino alla siepe dell’accampamento; vide gli orti giù tutti fioriti, le canne che rinascevano, i carciofi che parevano, sugli alti gambi argentei, grandi bocciuoli di rose. Un odore di giaggioli e di glicine portato dal venticello d’aprile dava l’idea, a Madlen, che una bella signora passasse dietro la siepe lasciando nell’aria il suo profumo. Era la signora primavera.

Allora pregò la madre di portare la pelle d’orso più in qua, verso la siepe: voleva veder da vicino gli uccellini che vi si posavano.

Uccelli, farfalle, calabroni, mosche, api, tutto un popolo laborioso nel suo ozio apparente, si agitava in mezzo alla siepe: un ragno, sospeso al suo invisibile filo, danzava per aria e pareva volasse. Venne anche, come una freccia, una giovane cornacchia con gli occhi azzurri e la coda come un ventaglio dalle stecche di ebano. Un’altra cornacchia la raggiunse, e tutte e due