Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/69

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La palma 63

mente, come ventagli di piume, e le metteva una sull’altra.

— Adesso mi pare che basti, — disse l’artista, pensando a sua moglie.

Quell’accidente d’ometto indovinava però i suoi più intimi pensieri.

— Non si preoccupi: la sua signora moglie sarà contenta. Vede come le foglie sono tutte nere e scabbiose? Hanno proprio la scabbia: questo secondo cerchio è anch’esso infestato e la pianta morirà se non si leva. Queste foglie, poi, che io posso lavare e vendere gliele pago: una lira l’una.

— A che servono?

Questa volta gli occhi verdi s’illuminarono di compassione.

— Per le corone dei morti.

— È vero, — esclamò l’artista; — e anche per metterle in mano ai màrtiri.

E rise: rideva di sè stesso.

Poi mentre l’uomo continuava a rodere come un topo intorno alla palma, egli fu ripreso dal gorgo dei soliti pensieri: chi quelle grandi foglie ricoperte di fiori dovevano accompagnare all’estrema dimora? Forse una fanciulla uccisa dall’amore, forse un potente della terra, forse un uomo che aveva scelto nella vita la via del male.

— Va all’inferno, — disse a voce alta a sè stesso, ritraendosi ancora una volta dal vortice della fantasia.