Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/151

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la faccenda; adesso però aveva coscienza di quel che avveniva attorno, e poichè il cane lo guardava fisso movendo la coda dritta come un dito implorante, gli buttò uno gnocco: ma un gattino fu lesto ad afferrarselo lui.

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L’altro fratello mangiava con più furberia, nascondendo il suo piacere: i suoi occhi però sorridevano ai fiaschi, e quando il maestro ebbe riempito i primi due bicchieri e nel proprio versò l’acqua che non ha colore nè consistenza, quegli occhi ebbero un luccichio fra di compassione e di gioia: compassione per l’acqua, gioia per la speranza che i fiaschi rimanessero a disposizione dei soli invitati; ma la stessa bontà del vino vinse l’egoismo.

— E lei non beve?

— Non bevo. Il medico me lo ha proibito.

Queste parole furono accolte come una truce notizia: lo stesso taciturno Gesuino sollevò la forchetta come un tridente minaccioso.

— Accidenti ai medici e alle medicine.

E così cominciarono i discorsi.

— Una volta anche a me il medico ordinò

Deledda. La fuga in Egitto. 10