Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/222

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cassato fra due pietre, col capo sopra un abisso senza fondo. Sono i sogni del sangue agitato, lo so, eppure mi fanno soffrire terribilmente: però io non li sfuggo, anzi quasi li amo, perchè soffrire è espiare, ed io voglio espiare; soffrire fino a che il dolore purificherà il mio sangue e la mia carne e mi rinnoverà come un bambino innocente.

— Per questo non voglio andare in carcere, — riprese, rivolgersi verso il maestro, come per sfuggire alla tentazione della donna. — Nel carcere mi acquieterei, diverrei come gli altri, tranquilli nel loro castigo, anime già morte. Io voglio vivere; vado nel mondo non in cerca di libertà ma in cerca di dolore. Non sono, come sembrerebbe, un delirante: sono un uomo, sono l’uomo che passa attraverso la vita come la nuvola nel cielo: vengo dalla tempesta, tornerò nella tempesta. E se la nuvola caccia giù la grandine che rovina il raccolto e uccide gli uccelli, che colpa ne ha? Così io ho ucciso mio padre perchè la sorte mi spingeva: se volessi costituirmi troverei l’avvocato che potrebbe farmi anche assolvere dimostrando che io ero malato di mente nell’atto di compiere il delitto: ma io non voglio: voglio compiere il mio ciclo, seguendo la mia sorte. Se mi pigliano vuol dire che così deve essere. Ma non mi piglieranno. In tutti questi ultimi mesi ho vissuto come le