Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/247

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tiva che Antonio portava un soffio di realtà crudele: i sogni oramai dovevano cadere come quel fantasma di tela nera sulla scaletta del soppalco.

— Marga e Ola vi salutano, — disse Antonio, prendendo il posto di Gesuino: e allungò le gambe strette da lunghi gambali di cuoio.

Quei nomi e quel saluto raddolcirono il cuore del maestro: il suo sguardo si schiarì; il suo spirito si sollevò, dominò ancora gli eventi.

Allora si accorse che Antonio era fisicamente mutato, come uno che ha sofferto una malattia od è stato a lungo in paese straniero: il suo viso s’era indurito, aveva preso, pur conservando i suoi lineamenti classici, un’altra espressione, come quello di una statua che lo scultore scontento ha ritoccato; i capelli, prima divisi da una scriminatura femminea, adesso erano dritti, compatti, rasi sulla nuca vigorosa; e anche gli occhi sebbene fissi sul fuoco, non luccicavano più, fermi sotto le sopracciglia che si aggrottavano e si spianavano come seguendo il movimento ora alto ora basso delle fiamme.

La sua voce, andati via i contadini, nell’annunziare i saluti di Marga e di Ola, s’era pure essa smascherata del solito accento teatrale, e quando egli, dopo essersi adagiato bene davanti al camino, con le braccia conserte, disse ruvidamente:

— Sono venuto per definire questa faccenda

Deledda. La fuga in Egitto. 16