Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/270

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Ogni tanto egli saliva sul soppalco: Ornella stava ancora vestita, ora coricata ora seduta sul giaciglio basso tutto in disordine. Alla luce di una stearica la cui fiammella si agitava e si allungava come giocando con l’aria, la figura di lei appariva con contorni scuri sullo sfondo della parete bianca, e quando stava seduta, con la testa china sulle braccia incrociate, pareva quella di una prigioniera che rodesse le sue catene.

E invero la piccola stanza col finestrino simile a una feritoia, la cassa rovesciata per tavola e per sedia, e il vaso da notte sotto il letto, rassomigliava a una cella carceraria.

Il maestro non ricordava di aver mai veduto un quadro così melanconico: la pioggia rombante sul tetto gli dava l’idea di una eruzione vulcanica che scatenasse sulla casa una tempesta di lapilli; e la morte era lì, visibile, nell’ombra stessa di Ornella. Eppure egli sentiva un misterioso senso di gioia in fondo a tutto l’essere. Mai come in quella notte gli si erano rivelate la presenza e la potenza di Dio. Dio che con la sua verga segna il limite fra la volontà e l’impotenza dell’uomo a creare il destino: Dio che gli rimetteva fra le mani quella donna col suo frutto nel seno, e aboliva il tempo, lo spazio, la morte stessa, facendogli credere che era ancora la donna da lui uccisa.