Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/123

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della debolezza avuta, della violenta sopraffazione usatale dal demonio.

L’indomani mattina la porticina verniciata di scarlatto s’aprì lentamente e apparve l’alta figura curva, il collo rosso e il volto vaiuolato di don Arca, che s’inchinò per entrare.

Silvestra, che aspettava ritta e con le mani sullo schienale d’una seggiola, arrossì e provò una sensazione di spavento; negli otto mesi della sua clausura il vermiglio volto di prete Arca era il secondo viso umano che vedeva. Il primo era stato il paffuto volto roseo di un monello, apparsole un giorno sull’inferriata che chiudeva il buco per lo scolo delle acque piovane del cortile. Ella si era chinata, udendo un piccolo stridìo, e, visto il monello, gli aveva rudemente gridato: — Cosa fai lì?. Il ragazzo era scappato.

Vedendo sua nipote rosea e forte, prete Arca le fece dei benevoli complimenti.

— Non ti domando come stai neppure. Si vede che stai benone.

— Non tanto! — ella pensò, specialmente in questi ultimi giorni!... Ma glielo disse soltanto in confessione, dopo che lo zio s’ebbe cinta con ambe le mani una vecchia stola violetta, ricamata di croci di oro falso, che col tempo si era fatto rosso per la vergogna.

Prete Arca pregò un momento davanti all’al-