Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/180

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pancia in aria, le gambe aperte e la testina vezzosamente reclinata sulla spalla; le galline, stupidi animali, s’appisolavano al sole ardente, fra la polvere, con le zampe gialle distese e un’ala spiegata a terra: infine, un sonno afoso, pesante, mortale e voluttuoso nello stesso tempo, gravava su tutta la casa.

Dopo letti i giornali, Stefano dormiva; ed era quella l’ora più bella della sua giornata. Vaghi sogni gli venivano col dolcissimo stormire del noce, che portava nel suo lento sussurro la visione di cieli azzurri sconfinati, di infiniti sfondi cerulei, ove il pensiero naufragava in un lago di dolcezze senza nome. Era la voce insidiosa d’un’invisibile sirena campestre; la malìa delle sieste meridionali, e che portava tutta una sottile ebbrezza sonnolenta.

In quel dormiveglia, in quel sonno ch’era un piacere squisito e indicibile, tutte le facoltà sensitive di Stefano s’acquietavano profondamente: egli cercava quindi di prolungar quest’ora di riposo, nel quale i suoi nervi, le sue aspirazioni, le sue irrequiete noie s’assopivano obliando la realtà.

Il noce stormiva più e più dolcemente, e nel suo fremito diffuso e continuo, sonnolento e canoro, parea dilagasse la musicale malìa dell’altipiano steso al sole, sotto il metallico e chiarissimo cielo del pomeriggio sardo. Era la bionda linea delle stoppie sfumate nell’ossidato oriz-