Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/196

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— Infine! — proruppe Maria. — Che cosa siete venuta a dirmi, buona donna?

— Che, a costo di perder l’anima, mio marito non può pregiudicare sè e la famiglia, se....

— È una storia che sappiamo a memoria, disse Maria sdegnosa ed infastidita. — Ad ogni modo ne parlerò con mio marito. Ritornate domani.

Ora, dopo il suo sdegno, galoppando attraverso la campagna autunnale, Stefano pensava:

— Dopo tutto, se quel vecchio diavolo avesse ragione?. Se si potesse pigliarlo con le buone, oppure se si potesse giocar d’astuzia con lui? Tè, Gelsomina, dove vai? Ohè, che c’è là?.

C’erano tre pernici su un pero selvatico, dietro un muro rovinato: fermò di botto il cavallo, smontò; e mentre i cani s’acquetavano fremendo, spianò il fucile, mirò con la testa bassa e un occhio chiuso, e sparò.

Due pernici volarono via, una cadde: il cavallo diede un balzo, i cani si slanciarono a coda ritta verso il muro, che sveltamente saltarono, e lo sparo si perdette in lontananza, echeggiando. Col fucile in mano, ed i piedi in un cespuglio d’erba bagnata, Stefano fermò il cavallo e stette ad aspettare.

Primo a ricomparir sul muro fu Josto, con in bocca la pernice dalle variopinte ali picchiettate di grigio scuro, bianco, nero, giallo