Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/220

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forbici chiuse in astuccio, un portasigari, l’immancabile pugno «box», spago, giornali, ecc., ma niente ceralacca.

— Faccia presto, disse il ragazzo, salendo sopra una pietra e tirando il cavallo per montarvi.

— Come diavolo devo fare? — pensò Stefano guardando tutti gli inutili oggetti tratti di saccoccia.

Il giovinetto s’accomodò sulle spalle la tasca, specie di bisaccia di cuoio con due cinghie, e mise un piede nella staffa.

— Faccia presto, ch’è tardi!

— Eureka! — esclamò Stefano, e con un fiammifero accese la candeletta, la lasciò un poco ardere, poi la reclinò e chiuse la lettera con tre gocce di cera.

Il ragazzo balzò sveltamente in sella: prese la lettera, se la mise in seno e s’avviò cantando. Il suo ronzino rosso sparve ben presto dietro i muri di schisto, il cui splendore impallidiva col morire delle lontane luminosità vesperali, e la voce si spense fra i boschi. Il mastino del pastore sonnecchiava e gli altri cani fiutavano silenziosamente l’erba attorno al cavallo, che pascolava ancora dietro la capanna.

Rimasto solo, Stefano accese una sigaretta, mise il piede sul fiammifero, e, fumando tranquillamente, attese il ritorno del pastore, mentre la luce dileguavasi e i rumori della monta-