Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/226

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sco rabbrividente, e sulle macchie le gocce della rugiada riflettendo i bagliori dell’iride sembravano le stelle scomparse dal firmamento, Stefano assistè ad una scena dolorosa e volgare.

Il bue del Porri era morto pochi momenti prima; la gran massa gialla, abbandonata su uno strato di paglia appena più chiara, pareva respirasse ancora, ma gli occhi erano vitrei e alcune mosche impunemente passavano fra le immobili palpebre bionde: il pastore lo guardava, lo palpava e chiamava con così sincero e desolato dolore che Stefano s’intenerì.

— Dopo tutto, disse, — che volete farci? Non è poi un cristiano che vi disperiate così. Scuoiatelo ora che è caldo ancora e profittate almeno del cuoio.

Il Porri credette, e trovò interesse nel credere ch’egli parlasse ironicamente, e si diè un pugno sulla fronte.

— Invece di burlarsene dovrebbe pensare che la causa della mia disgrazia è... quello che sa lei! Oh, questo è il principio; chissà cosa ancora deve accadermi! — disse quasi piangendo. E tornò a palpare il bue, chiamandolo coi più dolci nomi: — Povero agnello, cuor mio, aiuto mio! L’imprecazione t’è piombata come una saetta; che tutte le saette del cielo piombino su chi ti ha augurato la morte! Cosa farò io senza di te ch’eri la mia mano destra? Cosa farò io senza di te, cuor mio? Senza di te sono