Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/231

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continuando a piangere, — è finita..., ed io non ne posso più! Tuo padre mi odia, ed io devo andarmene, sì, devo andarmene... Devo lasciarvi tutti tranquilli (che amarezza ella mise in quel tutti!); — ma sebbene tuo padre me lo rinfacci ogni giorno, che io sono un’intrusa, tu lo sai bene, Stefano..., tu lo sai... che io non volevo venir qui... Il cuore mi diceva ciò... che ora accade.

— Maria! — gridò egli, pallido d’ira e d’emozione, guardandola intensamente. — Eppure non ti credevo così sciocca, così imprudente e bambina! Oh, chi ci ha maledetto in tal modo che la nostra casa debba andar sempre più in malora! — esclamò poi, battendosi disperatamente le mani sul volto.

— Se la causa delle discordie son io, è giusto che me ne vada..., continuò Maria, piangendo infantilmente, ma nel suo accento vibrava tal fermezza ribelle che Stefano ebbe paura d’uno scandalo sciagurato. E in quell’istante, dinanzi alla ribelle e angosciosa desolazione della moglie, e ricordando tutte le disgrazie piombate in pochi anni sulla sua famiglia, si domandò se Arcangelo Porri non aveva ragione di credere che le maledizioni dei perseguitati s’avveravano sui persecutori.

— Non sei tu la causa, disse andando su e giù per la camera, a passi concitati, — è la maledizione, è la malasorte o il diavolo