Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/246

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rando il ginepro, don Piane viveva tranquillo nella contemplazione dei quattro gattini, che se crescevano come «quattro fate» diceva il vecchio, mangiavano come altrettanti cristiani. (In media, fra gatti, cani, galline, cavalli, maiali ed altre bestie gli Arca spendevano circa otto lire al giorno.)

Seguiva la burletta dei regali a Serafina, ed ella, dimagrita e impallidita per la bile e la misera esistenza di casa sua, passava e ripassava come un amante sotto le finestre di casa Arca, con la speranza di veder don Piane e di insultare Ortensia, verso la quale in mancanza di meglio sfogava il suo odio.

Ma appunto per farle dispetto Ortensia cercava di mantenersi forte presso i padroni, diventando d’una devozione, d’una fedeltà e d’una puntualità a tutta prova. Accudiva da sola alle più gravose faccende domestiche, e nel paese si raccontava per miracolo che in una casa come quella degli Arca bastasse una serva sola. Ma Stefano si rallegrava pensando che quel miracolo lo operava Maria, ora ch’era la vera padrona di casa sua.

Dopo tutto, poichè ella non sapeva far la signora, era bene che si fosse stabilita decisamente e fortemente nel suo posto di massaia. Sotto il suo occhio vigile le stanze, se non elegantemente disposte, erano almeno in ordine e pulite; l’orto coltivato; gli animali ben trattati;