Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/264

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invasi da erbe selvatiche, la malva innalzava i suoi trasparenti fiori d’un pallido violetto, e qualche alto gambo d’avena stendeva ricami d’oro nell’aria azzurra.

Anche dopo i rosei tramonti, nei caldi vespri, qualche lontana falda di montagna pareva, per i marezzi biondi dell’orzo maturo, ancora invasa dal sole; il vermiglio fiore carnoso del musco copriva le rupi e nei pascoli il tirtillo, fiorito di minuscole infinite stelle violacee, acutamente olezzava. Era infine nell’aria e nei profondissimi cieli azzurri tutta la fragranza e la pura voluttà della primavera morente in un’apoteosi di fiori, di erbe, di vita, di rigoglio fecondo e potente.

I nuovi uccelli dal becco giallo, ancor pallido e molle, scendevano dai nidi. Nonostante l’efferata caccia di Speranza, sul noce e sugli albicocchi dalle foglie già rosse e dai frutti appena cerei, già forati da avidi becchi, risuonava sempre una squillante orchestra di passeri, rondini e tordi.

Nel sentiero dietro l’orto, tornavano dal pascolo ogni sera le pecore e le capre già tosate; qualche contadino aveva mietuto il suo orzo, qualche pastore di alveari avea estratto i primi favi di miele dolce. (Il miele amaro, specialità del paese, si ricavava in autunno.) Nei meriggi luminosi e un po’ ardenti don Piane usciva nell’orto a leggere il giornale alla