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136 la via del male

dei venditori, intorno alle catapecchie ove qualche famiglia di Nuoro e di Orane passava il tempo della novena.

Prima di fare l’ultima salita fino alla chiesa le fanciulle deposero i loro fardelli e sedettero a piedi d’un albero. Maria guardò se vedeva Francesco, ma fra i numerosi cavalli legati agli alberi non vide la calabrina bianca.

Allora si distrasse alquanto, scosse indietro i capelli e si guardò attorno.

Il luogo non era bello; gli alberi gettavano ombre rade sulla china sparsa di macchie aride, di cespugli grigiastri; fra queste ombre e queste macchie tutto un popolo si agitava, e credeva di divertirsi soltanto perchè era convenuto lassù.

I venditori ambulanti vigilavano le loro mercanzie di latta, e gridavano i prezzi e lanciavano scherzi grossolani alle ragazze che passavano; donne di Tonara, strette fasciate in un ruvido costume, insensibili al sole e ai rumori della folla, misuravano nocciuole o segavano e vendevano i loro torroni bianchi che si scioglievano al caldo.

Sotto capanne di frasche i negozianti esponevano le loro stoffe d’occasione; lo scarlatto sanguinava al sole, i broccati scintillavano: tutta una flora inverosimile sbocciava sui fazzoletti e gli scialli paesani.

E intorno alle botti e alle bottiglie dei liquoristi si accalcavano comitive d’uomini, di amici nuovi e d’amici vecchi incontratisi per caso lassù, e fra i quali spiccava con bizzarro contrasto la