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Arrivò davanti alla capanna e si fermò qualche tempo ad ascoltare.

La radura taceva; tacevano i prati d’un grigio verdastro sotto la luna; taceva il bosco e tutta la tanca: la luna saliva, saliva e l’oriente diventava chiaro, vitreo.

Maria si diresse verso l’altra estremità della tanca, a nord, dov’era il cancello. Le pareva di udire, a intervalli, una voce lontana; attraversò il letto del ruscello, dove correva un filo d’acqua gialla sotto lo smorto chiarore della luna, e si fermò ancora, ascoltando, con gli occhi fissi ad oriente come per invocare la luce.

La sfumatura bianca dell’orizzonte diventava sempre più lucida: la stella del mattino tremolava come una lagrima d’argento sopra i monti lontani. E la brezza finalmente scuoteva la melanconica serenità del paesaggio; l’erba e le foglie si svegliavano; un’allodola cantò in lontananza, sopra le roccie, e le sue note parvero unirsi al tremolìo della stella del mattino.

Maria riprese il suo triste viaggio: si sentiva tutta umida di rugiada, tutta fredda di angoscia e di stanchezza, ma la volontà la sosteneva, la spingeva come una suggestione potente.

Di nuovo udì qualche voce lontana: i cani ricominciavano ad abbaiare, la tanca si svegliava.

Quando Maria arrivò al cancello le voci vibrarono più distinte ma ancora lontane, ed a lei parve giungessero dal sentiero assiepato.