Pagina:Deledda - La via del male, 1906.djvu/255

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la via del male 253


Tutti avevano amato Francesco; la sua morte pareva a tutti un sogno spaventoso. Qualcuno piangeva silenziosamente, cercando di nascondere le lagrime, che non stanno bene negli occhi di un uomo coraggioso; nessuno osava parlare forte, e i gridi e i singulti delle donne riunite in cucina giungevano affievoliti, come da un luogo remoto. E fuori il sole di maggio splendeva, avvolgendo con la sua gioia la casa tragica, dove tutti soffrivano come dentro un luogo di pena.

Nella cucina si svolgeva la ria, l’antica scena funebre, resa più caratteristica dal chiaroscuro dell’ambiente. Il focolare era spento, la finestra chiusa; solo dalla porta penetrava un filo di luce, e un sottile raggio di sole si ostinava ad entrare per una fessura del finestrino, descrivendo una striscia di pulviscolo nel vuoto e andando a finire in un occhio d’oro sulla parete opposta.

In fondo alla cucina, nell’angolo più buio, stava la giovine vedova vestita di nero, con un costume preso a prestito da una vicina: era pallidissima, aveva gli occhi gonfi; sembrava invecchiata di vent’anni, stordita da un male più fisico che morale. Zia Luisa e le più strette parenti del morto la circondavano; le altre donne sedevano per terra, con le gambe incrociate, tutte avvolte nelle loro pesanti tuniche e il viso seminascosto dalle bende nere e gialle di lutto.

Ogni tanto la porta s’apriva. La viva luce del mattino inondava la cucina, illuminava le donne piangenti, alcune delle quali guardavano fuori con