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una campana squillava, lenta e lugubre, in lontananza.

Nella cucina le donne si misero a piangere con frenesia: due parenti del morto cominciarono sos attitidos, canti funebri improvvisati. Cantavano una per volta, e ad ogni versetto le donne rispondevano con un coro di gemiti, singulti e grida.

Maria diventò livida: le sue labbra ed i suoi occhi si chiusero; e quando i sacerdoti si fermarono salmodiando nella via, e la bara fu portata giù, ella si piegò e cadde come una morta sulle ginocchia di zia Luisa.

I gemiti e le grida raddoppiarono; molte donne s’avvicinarono alla giovine vedova svenuta, altre uscirono nel cortile. Solo zia Luisa conservò il suo contegno solenne; sputò lievemente sul viso cadaverico della svenuta e le slacciò il corsetto.

La vedova rinvenne subito, si sollevò, rigida, ma accorgendosi che il suo sposo veniva portato via per sempre, cominciò a mandare acute grida.

Nel cortile Sabina, col viso bianchissimo circondato da una benda nera, distribuiva i ceri alle persone che volevano seguire il funerale. Altre donne l’aiutavano in questa pietosa faccenda. Ben presto i sacerdoti, sui cui paludamenti neri le trine d’oro scintillavano al sole, s’allontanarono salmodiando; la bara, portata in ispalla da confratelli vestiti di bianco, sparve all’angolo della via: il portone fu chiuso. Sulla casa tragica risuonante di grida, sul cortile, sulla scala fiorita, il sole giocondo brillava sempre più caldo, e le ron-