Pagina:Deledda - Nell'azzurro, Milano, Trevisini, 1929.djvu/94

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libro, chi col ricamo, sempre nel voluttuoso tepore del loro salotto, senza mai pensare neanche alla scuola: d’estate in villa, ove nelle ore calde passeggiavano, vestite con vaporosi abiti all’ombra dei grandi alberi del giardino fatto apposta per loro, e di notte si sdraiavano sulle panchine, all’argenteo chiarore della luna, cicalando allegramente nella loro misteriosa favella. Non so se esse mi volevano bene per tutte le cure materne che loro prodigavo, per gli agi ed il lusso principesco con cui le circondavo: io mi ricordo però di averle amate tutte svisceratamente, sopra tutto quella che rappresentava sempre la madre; la signora, la padrona di casa: era una bambola di cera, rosea, con gli occhioni neri neri, nel cui fondo brillante vedevo il mio viso che credevo fosse la sua anima; mentre tutte le altre erano di legno, con gli occhi smorti.

Quella di cera era la mia favorita; le davo nomi carini, la vestivo più di lusso che le altre, e nei giorni di ricevimento, di pranzo, di festa da ballo, quando intervenivano le figlie ceree delle mie amiche, essa rappresentava la parte di padrona, mentre le sue povere parenti erano costrette a fare le serve. — Ma sì che mi amavano! altrimenti perché mi avrebbero obbedito sempre senza parlare, senza mormorare quando torcevo loro le braccia, le gambe, il corpo tutto, per vestirle?