Pagina:Della Porta - Le commedie I.djvu/236

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226 la fantesca


Panurgo. Haigli tu dato i danari della fattura e de’ finimenti?

Morfeo. Sì bene, ecco la poliza della ricevuta.

Panurgo. È restato sodisfatto del tutto?

Morfeo. Sodisfattissimo.

Panurgo. Haigli tu rotta la testa, come t’ho detto, in farmi aspettar tutta questa mattina?

Morfeo. Signor no, perché mi disse avervele inviate, e datomi tante buone ragioni che mi parve degno di scusa.

Panurgo. Io la vo’ adesso rompere a te che non fai quello che ti comando.

Morfeo. Eh, padron, per amor di Dio, quel che non è fatto, pur siamo a tempo di farlo: ci andrò adesso. Ma quel delle vesti va via.

Panurgo. Dagli tanti calci su lo stomaco fin che vomiti il sangue.

Pelamatti. Non son tuo schiavo.

Morfeo. Perdonagli, padrone, che maestro Rampino m’ha detto che è un grossolano: non vedete che visaccio da bufalo? quella ciera parla e grida che è la magior bestia del mondo.

Panurgo. Giá mi era venuta la stizza al naso.

Morfeo. Daglile in nome... che non voglio dire, che non so come abbi avuto tanta pazienza. Egli prima gioca de mani che de lingua. Padrone, è forastiero, non è uso a trattar con gentiluomini, tratta al modo del suo paese.

Panurgo. Andiamo a maestro Rampino; e s’egli in mia presenza non gli rompe la testa, la spezzerò a tutti duo.

Morfeo. Non andate, di grazia, padrone, che costui le vuol dare a me. Dagliele.

Pelamatti. E ti par che gli le dia?

Morfeo. Ancor dici: mi pare?

Pelamatti. Salvi e contenti...

Morfeo. ...da’ mille cancheri che ti divorino o t’avessero divorato duo anni sono!

Pelamatti. Ecco te le dono. Ma fate che non venghi in bottega.