Pagina:Della Porta - Le commedie I.djvu/288

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278 la fantesca


Narticoforo. Io non mi curo che tu sia chi piace essere a te, ma non vorrei che dicessi che sei me.

Panurgo. Che dunque vorresti, ch’io non fusse niuno?

Narticoforo. Anzi, che non foste ad un tratto tre.

Panurgo. Orsú, fatevi tre pezzi di me, e ognuno si pigli la parte sua.

SCENA IX.

Pelamatti, Facto, Panurgo, Gerasto, Narticoforo.

Pelamatti. Tanto sará l’andar cercando questi per Napoli?

Facio. «Come Maria per Ravenna». Ma tu chi miri?

Pelamatti. Facio, colui che ragiona con quei vecchi, mi par colui che mi tolse le vesti.

Facio. Mira bene che non facci errore.

Pelamatti. Egli è certissimo. Non vedete che le tien sovra?

Facio. Giá le conosco. Taci tu, lascia dire a me. Galante uomo, vi vorrei dir due parole.

Panurgo. (Oimè, costui deve essere il padron delle vesti! o terra, apriti e ingiottimi vivo!). Sto ragionando con questi gentiluomini di cose d’importanza.

Facio. Adesso adesso vi spediremo.

Panurgo. (Che farò per scappar dalle mani di costoro?).

Facio. Vorrei sapere se sète Facio, dottor di leggi.

Panurgo. Perché me ne dimandate?

Facio. Ho buona relazion di voi, vorrei servirmi di voi per avocato. ...

Panurgo. (Bene, che non è quel pensava!).

Facio. ...Voi dunque sète Facio?

Panurgo. Io son Facio, vi dico; ma, di grazia, parlate piú basso.

Facio. Ch’io parli basso? parlerò tanto alto che m’oda tutto lo mondo. Menti che tu sii Facio, che Facio son io, e tu col farti me, mi togliesti le vesti mie.

Panurgo. Saran vostre, se me le pagherete; e voi pigliate errore.