Pagina:Della congiura di Catilina.djvu/23

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20 c. sallustio crispo

XXVIII.


A tai detti, mostrandosi tutti gli altri atterriti ed incerti, Cajo Cornelio, Cavaliere, e Lucio Vargontejo, Senatore, fermarono d’introdursi con armati in quella notte stessa da Cicerone, come per visitarlo, e nella propria casa improvvisamente inerme assalitolo, trucidarlo. Ma Curio, avvisato del grave pericolo che a Cicerone sovrasta, per mezzo di Fulvia, prontamente il preparato inganno gli scopre. Vietato perciò agli assassini l’ingresso, siffatto delitto a vuoto mandavasi. Manlio intanto nell’Etruria instigava la plebe, che per indigenza e per risentimento dell’essere stata affatto spogliata dalla tirannide di Silla, invogliata erasi di novità. Radunava inoltre d’ogni specie ladroni, che molti quella provincia ne avea, ed alcuni soldati di Silla, che avevano in dissolutezze e lusso consunte le loro rapine.


XXIX.


Sapendo Cicerone ogni cosa, mosso dal doppio pericolo, più non potendo egli a lungo per se solo difendere la città, nè appurando quanto e qual fosse di Manlio l’esercito, riferì al Senato la congiura, che già fra il volgo vociferavasi. Il Senato, come suole nelle gravi urgenze, ordinò ai Consoli di adoperarsi affinchè la Repubblica detrimento non ricevesse. Queste parole in Roma conferivano ai Consoli autorità illimitata, di arruolare, far guerra, affrenare in qualunque modo e gli alleati e i cittadini, nella città e nel campo comandare e giudicare sommariamente: diritti non mai dati al Console, se non per espresso comando del popolo.


XXX.


Lucio Senio Senatore lesse pochi giorni dopo in Senato lettere di Fiesole, che dicevano; Cajo Manlio aver preso con infinita gente le armi il dì sesto di Novembre. A un tempo stesso, come suolsi in simili casi, gli uni annunziavano maravigliosi prodigj, gli altri nuove congiure; armi raccogliersi; Capova e la Puglia di armati servi tumultuare. Decretò allora il Senato, che si portasse Quinto Marcio Re in Fiesole, Quinto Metello Cretico nella Puglia e contorni. Ad entrambi questi