Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/367

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libro terzo 353

ad una delle donne, si trasse alcun poco in disparte, non lungi però dal luogo in cui lavorava; quivi partorì e si ricondusse di subito al lavoro per non perdere la mercede. Egli s’accorse che colei lavorava a grande stento, ma non sapevane da principio il perchè: più tardi ne fu informato, ed allora l’accomiatò dandole per altro la mercede pattuita: ed essa avendo portato il bambino ad una fontana, quivi lavollo e il ravvolse in quei panni che aveva seco, poi se ne andò sana e salva alla propria casa.

Hanno gl’Iberi un’altra usanza, comune anch’essa ad altre nazioni, di montar due insieme sopra un solo cavallo; poi quando vien la battaglia uno dei due ne scende e combatte a piedi. Nè sono soli gl’Iberi ad avere una tanta quantità di sorci da cui provengono poi spesse volte anche malattie contagiose. Questo avvenne ai Romani nella Celtiberia, dove appena poterono salvarsi col soccorso di molte persone che a prezzo pigliavano quegli animali: ed aggiungevasi allora anche la mancanza del sale e del frumento, che a gran fatica potevano ritrarre dalla Lusitania per la difficoltà delle strade. Della pertinacia dei Cantabri poi si racconta che alcuni di essi, fatti prigionieri, ed appesi alle croci, cantavano loro canzoni.

Le costumanze mentovate finora possono essere esempii di una certa ferocia: quelle che qui soggiungiamo indicano forse difetto di civiltà, ma non barbarie. Tale si è l’usanza che presso i Cantabri gli uomini dotino le mogli: che della sostanza paterna siano eredi le figlie, dalle quali poi i fratelli soglion essere accasati. Sicchè

Strabone, tom. II. 23