Pagina:Della geografia di Strabone libri XVII volume 2.djvu/437

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libro quarto 423

me a dire quella di uccidere alcuni uomini a colpi di frecce o di crocifiggerli nei loro templi, o quell’altro d’innalzare un colosso composto di fieno e di legna e con quello abbruciare pecore e bestiame d’ogni maniera ed uomini1.

Nell’Oceano poi dicono esservi un’isola, piccola, non molto addentro nel mare, e situata rimpetto alla sboccatura del Ligeri; e che quivi abitano le donne dei Namniti2, le quali sono invasate da Bacco, e con sacrifizii e con altre cerimonie attendono a placare ed a propiziarsi quel Dio; che a quell’isola non può approdar nessun uomo, ma esse medesime quelle donne vengono per nave ai mariti quando vogliono stare con essi, e poi ritornano all’isola loro: ed hanno in costume una volta ogni anno di levare il tetto del tempio e poscia ricompornelo in quel medesimo giorno, innanzi che il sole tramonti, concorrendo ciascuna delle donne a portare i materiali che fan di bisogno. E se a qualcuna di esse cade il peso a cui si è sottoposta, viene dilaniata dalle altre, le quali gridando evoè3 ne portano intorno al tempio le membra, infino a tanto che non sia cessato il furore da cui sono agitate: e sempre avviene che qualcuna lasci cadere il suo peso e sia così lacerata. Ma più favoloso ancora si è quello che Posidonio racconta delle

  1. Seguito la correzione del Coray, proposta e adottata già dagli Ed. franc.
  2. Τὰς τῶν Ναμνιτῶν γυναῖκας. Così, dopo il Siebenkees, anche il Coray.
  3. Μετ᾽ εὐασμοῦ.