Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/101

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e sotto pena di scomunica sentenziamo che non abbia nè molto nè poco di autorità e di efficacia.» E di una simigliante sentenza si dà la seguente ragione: «Per questo egli è condannato, che in esso privilegio si contiene che quegli che è canonicamente eletto dal Clero e dal popolo, da nessuno sia consecrato prima che dal re non venga investito. Il che è contro lo Spirito Santo, e l’instituzione de’ Canoni1

In tal modo que’ padri, e tutta la Chiesa d’allora non giudicava tollerabil cosa, che un vescovo, sebbene eletto legittimamente dal Clero e dal popolo, avesse bisogno dell’assenso e dell’investitura del principe per dover essere consecrato. Or che ne sarebbe loro paruto, se Pasquale avesse anzi distrutta la libera elezione canonica, privilegiando l’imperatore di tanto, che solo un suo nominato potesse essere consecrato vescovo? O non avrebbero stimate troppo più deplorabili di quelle in cui si trovava Pasquale2, le circostanze del secolo XVI, nelle quali un pontefice era condotto a tal termine di stimare minor male alla Chiesa di Dio il concedere che i vescovi venissero nominati da un principe secolare, che non patirsi le conseguenze di un tale rifiuto? Io m’astengo da sopraggiungere altre riflessioni a questi fatti, ma credo che pur meritino una profonda meditazione.

110. E si desuma il giudizio che avrebbe fatto la chiesa che viveva noi secolo XII, della nomina regia, da un altro fatto avvenuto sotto Innocenzo II. Morto l’Arcivescovo di Burges, Luigi VII lasciava ampia libertà al Clero e popolo di

  1. Et hoc ideo damnatum est, quod in eo Privilegio continetur quod electus canonice a Clero et populo, a nemine consecretur nisi prius a rege investiatur. Quod est contra Spiritum Sanctum et canonicam institutionem. Doppio era il difetto che si trovava in quel privilegio: 1.° che il Vescovo non potendo prendere il governo della sua Diocesi senza l’assenso del re, e quindi potendo esser negato dal re per capriccio o per volontà di nuocer alla Chiesa; questa venìa indi inceppata nell’uso del suo ministero, che per autorità ricevuta da Gesù Cristo ha diritto di esercitare in tutto il mondo liberamente; e però Innocenzo ii diceva che al dissenso del re conveniva badare ove fosse motivato sopra giuste ragioni e giuridicamente provate, e non altramente; 2.° che quella parola investitura conteneva un equivoco; giacchè «investire un Vescovo» pareva significare conferirgli la giurisdizion vescovile; il che era certo eresia, l’attribuirlo alla laica potestà, e contro lo Spirito Santo. Al che si potrebbe aggiunger per 3.°, che il mettere un Vescovo in possesso de’ beni liberi del vescovato, è ingiustizia e soperchieria se vuol farlo il re di propria autorità, e non per un privilegio accordatogli dalla Chiesa che è proprietaria de’ beni suoi. All’incontro giustizia era, che il re per propria autorità investisse il Vescovo de’ beni feudali; giacchè la proprietà diretta di questi beni rimane sempre al principe, e il feudatario non ne ha che il dominio utile. Ma queste due specie di beni si confusero insieme dalla giurisprudenza di quel tempo, come abbiamo osservato; e tutti i beni della Chiesa si fecero passare per feudali: il che non avvenne tanto per l’avidità personale de’ regnanti, tanto per la natura di que’ governi, sotto i quali le proprietà tutte non erano egualmente difese, ma meglio delle altre eran le regole: dal qual vantaggio dei beni feudali sopra gli altri trassero l’origine i feudi oblati.
  2. Questo Pontefice condannò sè stesso in un altro Concilio tenuto nella Basilica Laterana l’anno 1116. Quanto non sono commoventi le circostanze ch’egli descrive narrando come fosse indotto a quella condiscendenza verso di Enrico! e quanta umiltà e dignità insieme non ispirano! «Dopo che, dice, il Signore ebbe fatto quel che gli piacque col suo, e dato me e il popolo romano in mano del re io vedeva farsi ogni giorno, senza posa, rapine, incendi, stragi, adulteri. Tali e somiglianti malori io pur desiderava di rimuovere dalla Chiesa e dal Popol di Dio: e ciò che feci, per la liberazione il feci del popol di Dio: il feci da uomo, perocchè sono polvere e cenere. Confesso di aver male operato; e deh voi tutti innalzate suppliche a Dio per me, che mi perdoni. E quello sgraziato scritto, che fu fatto nelle tende militari, e che a sua ignominia dicesi un sacrilegio, io il danno sotto un perpetuo anatema, acciocchè a niuno riesca mai di grata ricordanza, e prego voi tutti di fare il medesimo.» E tutti acclamarono: «Sia così; sia così.» Ora sì tristi circostanze poterono ottenere da Pasquale tal cosa, che è certamente, so non erro, un niente verso la nominazione regia caduta a’ princip quattro secoli dopo.