Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/132

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a dare? Certo la considerazione che tutto ciò che entra nell’arca della Chiesa, non ne esce forse più in perpetuo, ella è cosa che rattrista, che genera la disistima, suscita l’invidia, estingue la liberalità de’ fedeli, produce la sospicione che vi si accumulino col proceder de’ secoli que’ tesori di cui abbisognano le famiglie per vivere, il commercio per fiorire, lo stato per difendersi: presta un appicco a’ governi per intervenire nelle disposizioni degli ecclesiastici beni, detta loro le leggi disonerevoli di ammortizzazione, disamora e disunisce sempre più il popolo dal Clero e dalla Chiesa; occasiona l’incredulità, provoca le maldicenze e le calunnie degli empî, e finalmente arma il furore della moltitudine sommossa dai tristi, o la cupidigia de’ potenti a rompere violentemente l’arca serrata per farne uscir l’oro, ad atterrare le porte chiavate del santuario per rapirne i tesori. Per me stimo assai più desiderabile, assai più utile alla Chiesa di Dio il non dare punto cagione a tutti questi mali, che non sia l’abbandonare di temporali dovizie, o l’impedire che qualche parte di essa venga, foss’anco inconsideratamente, alienata.

158. Le ammonizioni, i canoni, le pene della Chiesa giunsero poco a poco ad ammansare i barbari conquistatori, e ad impedire che dissipassero a lor talento il patrimonio ecclesiastico. Ma è da avvertire che il secolare potere non nocque solo colla violenza, e colle depredazioni: nocque assai più colle sue stesse liberalità, nocque colle leggi civili dettate in ispirito secolaresco e profano a tutela e protezion della Chiesa e de’ suoi beni. Il governo civile non ha il senso ecclesiastico, ed ogni qualvolta mette mano al santuario, ne raffredda e spegne col suo tocco lo spirito. Carlo Magno e Ottone i favorirono la Chiesa: e pure l’infelice regalo de’ feudi (al quale non erano già unicamente mossi dalla divozione alla Chiesa, ma da quella politica che voleva ad un tempo scemar la potenza de’ nobili e assudditarsi quella de’ Vescovi) fu pur l’amo fatale, al quale il Clero fu preso. Da quell’ora il potere secolare s’ingerì sempre nella Chiesa; e le sue grazie, le sua carezze finirono col toglierle la libertà, che è l’aria di cui ella vive. Che può il governo temporale, se non aiutare la Chiesa colla forza bruta, unico mezzo suo naturale d’operazione? E bene, la forza è appunto d’un indole direttamente opposta allo spirito della Chiesa: la Chiesa effigiata con in mano le catene, i fasci, le scuri qual personaggio non rende? Inorridisce la vista. Qual maschera crudele! Ella ributta non solo i cattivi, gli stessi buoni. Il temporale potere oltracciò nè conosce, nè serba i limiti della sua protezione: avvezzo al comando, comanda fin dove può: inetto a conoscere il vero ben della Chiesa, pretende esserne giudice, e ripone questo bene unicamente nel vantaggiarla negli ordini della terra: tratta l’amministrazione de’ beni di lei, come fa de’ suoi proprî disconoscendo che quelli sono di tutt’altro genere: ne accumula il più che può, permette che ne sieno spesi il meno che può: arricchisce la Chiesa, se fa bisogno, anche di privilegi e d’immunità, di una protezione esagerata ed eccezionale, talora contro giustizia, riuscendo opposta all’uguaglianza civile, e sempre poi odiosa al popolo che non ne partecipa1. Così la massima della facilità in dare, e

  1. L’immunità delle imposte dee considerarsi secondo due periodi diversi degli Sati. Perocchè tutti i moderni Stati d’Europa dal tempo della loro fondazione al nostro mutarono affatto di natura. Nel primo periodo erano Signorie: in questo periodo ciò che contribuivano i sudditi era cosa privata del principe che signoreggiava, e faceva andare lo Stato per suo conto: quindi rimettendo i pubblici carichi a chi voleva, egli donava del suo: così n’andarono esenti i nobili e gli ecclesiastici. Ma gli Stati Europei si cangiarono lentamente, per un segreto lavoro del Cristianesimo e principalmente per l’influenza de’ Padri, in vere Società civili. Qui comincia la quistione: in una società civile è egli secondo l’equità che i beni della Chiesa vadano immuni dalle pubbliche gravezze? A cui si dovrebbe rispondere che nell’ipotesi che questi beni non eccedessero il bisognevole al mantenimento del Clero, o il di più si desse a’ poveri, non sarebbe contro l’equità un tal favore; ma trattandosi di