Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/5

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litica; ma questo mio poco sapere sarà mai giusta ragione di farmi la guerra? Perocchè anche in politica, diceva un tale, la va bene spesso come la s’intende.

4. Dalla parte della Chiesa, io non trovavo cosa che potesse altrui dispiacere nella materia di questo libro, se non forse ciò che accenno intorno all’eccesso delle riserve pontificie nelle elezioni. Ma d’altra parte, questo abuso non appartiene più al tempo presente, ma alla storia. E tutti gli nomini di buon senso converranno meco che, ove il filo del discorso l’esiga, non è punto da temersi il confessare ingenuamente così palesi abusi; perocchè in così facendo, si manifesta che noi non proteggiamo in favore degli uomini e delle loro opere, ma che la sola verità e la causa di Dio ci sta sul cuore. Per altra parte, pareami che non mi dovesse trattenere dallo scrivere, la noia ch’io potessi recare a persone piuttosto di buone intenzioni, che di ampie vedute, avendo ragion ferma di credere che non fosse per dispiacere il mio scritto alla Santa Sede, al cui giudizio intendo sempre di sottomettere ogni cosa mia; giacchè il pensare della Santa Sede io l’ho sempre conosciuto per nobile dignitoso, e sommamente consentaneo alla verità ed alla giustizia. Ora io non chiamavo un abuso se non ciò che i sommi Pontefici hanno riconosciuto per tale, e come tale corretto. Ricorrevami alla mente, fra l’altre cose, quella insigne Congregazione di Cardinali, Vescovi e Religiosi, a cui Paolo iii l’anno 1557, commise, sotto giuramento, di dover cercare, e manifestare liberamente a Sua Santità tutti gli abusi e deviazioni dalla retta via, introdottisi nella stessa corte romana. Non potevano darsi persone più rispettabili di quelle che la componevano: perocchè entravano in essa quattro de’ più insigni Cardinali, cioè il Contarini, il Caraffa, il Sadoleto e il Polo; tre de’ più dotti Vescovi, cioè Federico Fregoso di Salerno, Girolamo Alessandro di Brindisi, Giovammatteo Giberti di Verona; con questi si accompagnavano il Cortesi abate di S. Giorgio di Venezia, e il Badia maestro del sacro Palazzo, che furono poscia ambedue Cardinali. Ora questi uomini sommi, per dottrina, per prudenza e per integrità, i cui nomi valgono più di qualsivoglia elogio, adempirono fedelmente la commissione dal Pontefice ricevuta, e non ommisero punto di segnalare al santo Padre in fra i sommi abusi quello delle grazie espettative e delle riserve, e tutto ciò che ci cadea di difettoso nella collazione de’ benefizî. Non ommisero nè anco di scoprire con acuto sguardo e additare la profonda radice di tali abusi; e indicarono quella appunto che suol trarre dalla dritta via nell’uso del loro potere sì lo Stato, che i ministri della Chiesa, e che anch’io sono per tale venuto indicando, cioè «l’adulazione raffinata degli uomini di legge.» E le parole che usarono su questo argomento sapientissimi Consultori, nella relazione che sottoposero al Pontefice, non possono essere certamente più franche ed efficaci; perocchè esse dicono così: «Tua Santità ammaestrata dallo Spirito divino, che, come dice Agostino, parla ne’ cuori senza strepito alcuno di parole, ben conosce quale sia stato il principio di questi mali, cioè come alcuni Pontefici suoi predecessori si ragunassero di que’ maestri secondo i lor desiderî, che sogliono stropicciar gli orecchi, come dice l’Apostolo; non per do-