Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/56

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ziato ai bisogni ed ai rimorsi dell’anima, che in somma si possa far senza religione, o contentarsi al più della esteriorità e materialità di essa? E che è questo se non l’aver fatto al popolo un obbligo di una cieca, o per meglio dire irragionevole obbedienza, che è un sinonimo perfettissimo di indifferenza religiosa1? Vero è che quando si è riuscito ad ottener questo dal popolo cristiano, allora si è riuscito a pervertirlo, a distruggere nell’anima sua il cristianesimo, lasciandolo solo nelle abitudini: e di un popolo tanto infelice, che mediante una secreta, lenta e costante corruzione ha perduto senza accorgersi il principio religioso, di un tal popolo, dico, assopito sui suoi religiosi interessi, e già nel fatto indipendente da’ suoi Vescovi2, indifferente perciò a qualsiasi cherico presieda al coro, ed eseguisca le sacre cerimonie che non intende; si può dire giustamente quello che diceva un Padre del terzo secolo della chiesa, cioè, che «secondo il merito del popolo, Iddio provvede altresì i pastori delle chiese (Origen. in Iudic. hom. iv).»

76. Ma chi vuol trovare l’origine di tale e tanta sciagura, conviene risalga quell’epoca così fatale, onde cominciò alla Chiesa il periodo che chiamai della conversione della società, quell’epoca che spiega tutta la storia ecclesiastica dopo i sei primi secoli, perchè racchiude il seme di tutte le sue prosperità e di tutte le sue sciagure: quell’epoca in una parola, in cui il clero pesò immensamente nella bilancia del potere temporale, e perchè fu potente, fu parimente ricco3.

  1. Il grande S. Leone conosceva assai bene che il costringere il popolo a ricevere un Vescovo da lui non voluto era un depravarlo, e questa è una delle ragioni per le quali quel santissimo Pontefice sta fermo nel mantenere la disciplina antica della chiesa circa l’elezione dei Vescovi fatta per via del clero, popolo, e Vescovi provinciali. Ecco uno de’ molti passi di questo grand’uomo, che potrei riportar qui in prova di ciò che affermo. Egli scrive nell’anno 445 ad Anastasio Vescovo di Tessalonica in questo modo (cap. 5): «Quando si tratterà dell’elezione del sommo Sacerdote, si preferisca a tutti colui che il consenso del clero e della plebe ha concordemente richiesto: di modo che se forse i voti si spartirono in altra persona, venga preferito quegli, a giudizio del Metropolitano, il quale ha conseguito più di affetto, e possiede più meriti: solo si badi, che nessuno si ordini di quelli che non sono voluti o non domandati, acciocchè la plebe contrariata non disprezzi od odii il suo Vescovo; e non diventi meno religiosa che non conviene, non avendo potuto avere quello ch’essa avrebbe volutone plebs invita Episcopum aut contemnat aut oderit; et fiat minus retigiosa quem convenit, cui non licuerit habere quem voluerit. Tale era la maniera di pensare de’ Leoni! Vedete ciò che il medesimo sommo Pontefice scrive nella lettera a’ Vescovi della provincia Viennese cap. 3, e nella lettera a Rustico di Narbona cap. 7.
  2. Per vedere quant’era la stretta unione e dipendenza, negli antichi tempi, de’ popoli coi loro Vescovi, basterà desumerlo da una circostanza, che non solo i Sacerdoti, ma anco i semplici fedeli, passando da una provincia ad un’altra, doveano prendere da’ loro Vescovi delle lettere per mostrare che essi erano nella comunione della Chiesa. Nel concilio di Artes dell’anno 344 si ordina «che anche i governatori delle province, giunti a quelle cariche mentr’erano fedeli, debbono come gli altri prender lettera di comunione de’ loro Vescovi, e il Vescovo del luogo dove esercitano la carica, dee aver pensiero d’essi, e se alcuna cosa fanno contro la disciplina, scomunicarli». Lo stesso di tutti coloro che sostengono pubblici impieghi.
  3. Anche prima di quest’epoca, e appena che gl’imperatori furono cristiani, questi fecero qualche tentativo particolare di mescolarsi nelle elezioni de’ Vescovi, ma per dir vero, ciò non fu tanto colpa loro propria, quanto de’ tristi ecclesiastici da’ quali venivano sorpresi e trascinati a fatti così sovversivi della ecclesiastica costituzione. Quanto non è facile a un principe secolare restare ingannato dall’ipocrisia e dall’audacia, o dall’ignoranza de’ mali sacerdoti, sopra tutto in materia ecclesiastica! Il grande Atanasio ebbe troppo altamente a dolersi a questo riguardo dei tentativi dello stesso grande Costantino. Ecco ciò che scrive di lui quel Padre, invitto campione della divinità del Verbo: «Questi, dice parlando di Costantino, andò pensando al modo come potesse alterare la legge, dissolvere la costituzione del Signore tramandataci dagli Apostoli, e cangiando la consuetudine della Chiesa inventò egli un nuovo modo di costituire i