Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/70

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zione delle pontificali dignità a quel modo che si distribuiscono i doni dipendenti di lor natura dall’arbitrio del donatore, chiaramente indicava l’adulazione, la corruzione del Clero, volto già alla bassa servitù de’ principi secolari, preferendo le ricchezze del secolo alla libertà di Cristo; e ne’ principi appariva la tendenza infaticabile di invader tutto, di conquistare la Chiesa come aveano conquistato il suolo: tendenza che poteva per qualche tempo sostenersi senza il suo naturale sviluppamento, per la pietà personale di alcuni; ma che doveva poi coll’aiuto del tempo indubitatamente cadere là dove gravitava, e maturare il frutto di cui portava il germe.

Così veggiamo che da principio, tolti alcuni atti arbitrari nelle elezioni, que’ re riconoscevano però nella chiesa il diritto di scegliere i propri pastori; e anche allorquando conferivano di loro arbitrio le sedie episcopali, solevano farlo con parole che temperassero la stranezza di quella loro ingiustizia, e che spirassero una cotale pietà, cauti di non offendere di un tratto l’opinione de’ Prelati e de’ popoli, ancora rigida, ancora fermata sulla norma de’ canoni e della verità, non resa bastevolmente flessibile e cortigiana1.

La pietà, la rettitudine e la politica di Carlo Magno andò più innanzi, e restituì alla chiesa anche quella parte di libertà che era stata violata da’ re della stirpe di Merovingi: e Lodovico il Pio imitò l’esempio del suo magnanimo genitore2.

Ma non così i re che vennero appresso.

83. Che i feudi alla morte di ciascun Vescovo ricadessero nelle mani del re, e che il re in sede vacante ne godesse il frutto, ciò che si chiamò la regalia, questo era comportabile, perchè nasceva dalla natura stessa de’ feudi; ma non si restarono qui. Per avidità di percepire questi redditi, i principi tennero le chiese lungamente prive de’ loro pastori3; impedendone le elezioni, esigen-

  1. Ecco come era temperato il Praeceptum de Episcopatu de’ Re franchi, secondo la formola conservataci da Marcolfo: Cognovimus Antistitem illum ab hac luce migrasse, ob cujus successorum sollicitudinem congruam una cum Pontificibus (vel proceribus nostris) plenius tractantes, decrevimus illustri viro illi Pontificalem in ipsa urbe committere dignitatem.
  2. Il Sommo Pontefice Adriano i aveva ammonito Carlo Magno del suo obbligo di lasciar libere le elezioni de’ Vescovi; e questo grand’uomo ricevette l’ammonimento del Capo della Chiesa con quella docilità che mostra assai più grandezza d’animo ne’ sommi principi cristiani, che non sieno le loro resistenze e disubbidienze. Anzi ne’ suoi capitolari di Aquisgrana dell’anno 803, cap. ii, dichiarò e sancì questa libertà col seguente Decreto: «Non essendo noi ignari de’ Sacri Canoni; abbiamo prestato il nostro assenso all’ordine ecclesiastico (acciocchè la Santa Chiesa stia più sicuramente nel possesso dell’onor suo) di questo, che i Vescovi sieno eletti dalla propria Diocesi, con elezione di Clero e di popolo, a tenore degli statuti de’ canoni, rimossa ogni accettazione di persone e di regali, pel merito della propria vita, e pel dono della sapienza; a fine che possano per ogni verso giovare a’ loro sudditi coll’esempio e colla parola.» Nell’anno 806, Lodovico il Pio confermò la legge di Carlo Magno nel Capitolare pubblicato dopo il Sinodo di Aquisgrana.
  3. Nel secolo xi l’usurpazione era pervenuta al suo colmo. Per non essere infinito, basti qui accennare ciò che accadde a’ due Arcivescovi di Cantorbery, Lanfranco e S. Anselmo, co’ duo re d’Inghilterra Guglielmo i e Guglielmo ii. Chiedendo Lanfranco, fatto Vescovo dal primo Guglielmo, i beni goduti da’ suoi predecessori, il re rispose fieramente: se velle omnes baculos pastorales Angliae in manu sua tenere. Dice qui lo storico che narra questo fatto (Gervasius Dorobernensis, in Imaginationibus de discordiis inter monachos Dorobernenses et Baldeuinum Archiepisc. p. 137), che il prelato udendo tale risposta rimase stupito, e si tacque per prudenza, acciocchè il re non facesse de’ mali maggiori alla Chiesa. Non meno di ciò, è atto a mostrare in che stato fosse venuta la Chiesa in quel tempo, ciò che intervenne al successore di Lanfranco, S. Anselmo, con Guglielmo ii. Narra Eadmero (Lib. i. Hist. Novor.), che lasciando Guglielmo le Chiese e le Abbazie prive di pastori, per goderne i redditi nel tempo di sede vacante, Anselmo come primate si credette in dovere di farne rimostranza al re, mettendogli sott’occhio i sommi mali che provenivano dalla mancanza dei Prelati, sup-