Pagina:Dizionario triestino (1890).djvu/7

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Gli aggettivi, ed i partecipî usati aggettivamente, si trovano tutti al positivo, meno que’ rari che prendono al diminutivo o all’accrescitivo, denominazione affatto diversa.

I verbi si trovano tutti all’infinito loro naturale; e quando si usano pronominali, o reciproci, o riflessivi o altro che sieno, n’è fatto cenno nel corpo dell’articolo relativo; e in questo caso, presi tutti in un fascio, vengono battezzati per vnp.

V’hanno delle voci in cui lo sc viene diviso, restando la s alla prima ed il c alla seconda sillaba, p. e. rascela, riscio, viscio ecc., o la s forma sillaba da sè, p. e. scenza, scinca, sciopo, ecc.; a tutte queste voci si troverà unita dopo la denominazione, fra parentesi, in corsivo, la parola divisa come va pronunciata. Esempio: Rascela, sf. (ras-cela) racimolo.

Riguardo al suono della s e della z, devo avvertire che esse si pronunciano sempre dolci quando si trovano sormontate da un punto, per modo che la mancanza del punto fa accorto chi legge che vanno pronunciate aspre, anche qualora esse si trovano scempie. Fatta eccezione della terza persona del presente, indicativo del verbo essere: è, che. si troverà sempre xe.

In alcune poche voci, p. e. pastroc, apocope di pastrociotoc apocope di tocio, ecc. il c finale va pronunciato come c davanti ad i e ad e; (c dolce) ed in alcune rarissime, p. e. coch, patoch, ecc. il ch va pronunciato come c davanti ad a, o, u. (c gutturale.)

Quando i corrispondenti toscani di una voce del dialetto sono divisi da semplici virgole significa che i. rispettivi corrispondenti sono omonimi, o circa; ove poi sono divisi dal punto e virgola questo significa che il loro senso è affatto diverso. Eccone gli esempi. Baiar, va. abbaiare, baiare, latrare. — Curar, va. curare; mangiare; medicare; mondare; sbaccellare.

Presso a certi corrispondenti toscani poco noti, ho aggiunto accanto, fra parentesi, il nome dell’autore che li ha usati; ed ho cercato di porre lo accento a tutte le voci che mi sono sembrate di dubbia pronuncia.

I proverbi, le locuzioni in genere, i modi avverbiali ed i modi di dire si trovano largamente profusi in questo libro; i primi credo anzi dovrebbero esserci tutti, o giù di lì, giovato come mi sono dell’inapprezzabile gioiello raccoltovi dal Cassani, o Cavazzani, avvocato. E qui mi piace di accennare come moltissimi fra i nostri proverbi sono d’un’efficacia ben maggiore che i loro fratelli toscani. „Meter el vivo sul morto“ non ha una concisione ben più espressiva di un „imbottare sopra la feccia“? „Esserghe più giorni che luganighe“ non val meglio del mistico „il più corto riman da piedi?“ E „ogni piada para avanti“? Quanta forza in queste sole quattro parole. L’„ogni acqua immolla“ lo si può dir forte; vi corrisponde debolmente, ma debolmente assai. E „scapolarla per el buso de la ciave?“u e „cavime i oci e po lechime le buse?“ e „chi sparagna per la spina spandi per ’l cocon?“ Ci vorrebbe una buona dose d’ingenuità per non comprendere alla bella prima ciò che questi proverbi vogliono significare.

Le voci oscene, i modi sconci ed alcuni sbardellati scerpelloni popolari, tutta roba del volgo, non si trovano in questo libro — per quanto lo comporta l’indole del lavoro — e sono convinto d’aver fatto bene di bandire quella zavorra sgraziata, che, per poche linee omesse l’opera non può perdere il modesto valore che può avere, e ne avvantaggia invece in ciò che può andare per le mani di tutti.

Va da sè che in questo mio libro vi saranno degli spostamenti, delle inesattezze, delle ommissioni, e dell’altro; ma vi ha sulla terra un’opera perfetta? un dizionario poi, o un vocabolario? Libri a’ quali si appropria davvero meglio che ad ogni altro l’optimus ille est qui minimus urgetur.