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112 don chisciotte.


darle alle fiamme, tostochè avrò posta sotterra la sua mortale spoglia.

— Voi sareste ben più crudele, disse Vivaldo, dello stesso loro signore, se le abbruciaste, non essendo ragionevole l’eseguire i voleri di chi nei comandi suoi non serba ragionevolezza. Sarebbe stato da rimproverarsi Cesare Augusto se avesse consentito che fosse eseguita la volontà spiegata dal divin Mantovano nel suo testamento; perciò, o Ambrogio, giacchè dovete pur dare il corpo dell’amico vostro alla terra, non vogliate abbandonare alla obblivione i suoi scritti: che s’egli ordinò come offeso, staria male che voi obbediste come indiscreto. Nel preservare questi fogli voi renderete eterna la crudeltà di Marcella, e servirà di esempio ai posteri affinchè evitino di cadere in simili disavventure. Io, e quanti qui siamo, già conosciamo la storia di questo amante, e vostro disperato amico; ci son noti i legami che a lui vi stringono, e palese ci è pure la causa della sua morte e la volontà da lui dichiarata nel terminar della vita. Dalla sua compassionevole storia si potrà conoscere a qual grado fosse giunta la crudeltà di Marcella, l’amore di Grisostomo, la grandezza della leale vostra amicizia, e qual fine possano attendersi quelli che si abbandonano ciecamente ai terribili funesti effetti di un amore non corrisposto. Pervenne ieri notte a nostra notizia la morte di Grisostomo, e che qui doveasi sotterrarlo, e ciò mosse la nostra curiosità, e la compassione ci ha fatto torcere dal proposto sentiero per condurci a vedere co’ nostri proprii occhi quanto, pur raccontato, ci era stato cagione di tanto cordoglio. In guiderdone pertanto di questa nostra afflizione, e del desiderio che avemmo di porger rimedio a questa sciagura, vi preghiamo, o prudente Ambrogio, od almeno io ve ne supplico per parte mia, che non si mandino alle fiamme queste carte, e se non altro lasciate che una sola io ne conservi„. E senza attendere la risposta, allungò la mano, e prese alcuni di que’ fogli che gli erano più da vicino.

Vedendo ciò Ambrogio, gli disse: “Consentirò per sola urbanità di lasciarvi, o signore, que’ fogli che avete presi; ma ch’io tralasci di dare al fuoco gli altri che restano, me ne consigliate inutilmente. Vivaldo, che bramava di vedere il loro contenuto, ne aperse uno sul fatto, e ne lesse il titolo: Lamento di un disperato. Lo udì Ambrogio e disse: “Quest’è l’ultimo scritto di quell’infelice; e perchè sia conosciuto, signore, a qual segno erano giunte le sue disgrazie, leggetelo ad alta voce, chè ne avrete il tempo, mentre chè noi attendiamo a scavare la sepoltura.